27 Gennaio 1945 il mondo aprì gli occhi e seppe

27 Gennaio 1945

Erano come angeli, ai miei occhi. Angeli mandati da un Dio misericordioso per dare una tregua a  questo odio. Mai nella mia vita, in questa vita, avrei immaginato di provare ancora una volta solamente, un emozione, qui, dove le emozioni sono calpestate e uccise. Con le braccia molli come di pezza, trascinavo i miei arti lungo il perimetro di quel campo, il filo spinato a protezione di queste prigioni, verso la salvezza. Era un alba luminosa, un alba di identità. Un’alba in cui prendeva il sopravvento tutta la meraviglia di questo giorno, e tutto l’orrore di ieri. Le fiamme di questo inferno terreno stavano iniziando spegnersi. Lentamente. Ogni passo, in quel cammino verso la libertà, trafiggeva la mia anima, privata ormai di ogni dignità, di ogni forza, di ogni speranza. Intorno a me, un vuoto assoluto di vite senza più vita. Di esseri spenti. Larve.
Erano arrivati per liberarci dalle catene della disperazione, dalle tenebre della morte. Dai demoni. Noi, uomini senza più grazia, senza più sentimenti ne speranze, senza futuro. Anime gettate nel più profondo abisso del non-essere. Umiliate. Sfruttate sino alla morte. Denaturate. Svuotate del sangue e della vita. Prosciugate come bestie, private di un  nome, di un’identità, di una fede. Vinte.
I miei occhi deboli e tremanti vagavano, intorno solo ghiaccio, neve, carcasse ammassate ovunque, corpi di uomini distrutti nel più profondo del loro essere. Baracche semidistrutte.
Loro lì, di fronte a noi. Erano venuti per salvarci, per salvare degli esseri non più umani, morti dentro, putride proiezioni di quello che eravamo.  Poche migliaia, sopravvissuti. Anime abbandonate dal mondo. Strappate della coscienza, inaridite di ogni memoria.
Nelle orecchie ancora, grida disperate Un numero tatuato per sempre. Un numero tatuato nella mente. Nell’anima. Ancora sulla pelle il dolore delle frustate. Ancora negli occhi, gli occhi chiari e crudeli dei demoni senza volontà propria. Ancora gli ordini. Ancora quel lungo, interminabile susseguirsi di albe senza più l’ombra di una speranza di salvezza. Solo la speranza della morte. Morire per non restare. Morire per non subire ancora il lento morire dentro. Condannati.
In un alba, noi scheletri nell’immensità dell’inferno, scheletri verso la salvezza.

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