MANUEL CANELLES: IN VITRO ritrae organismi viventi che si svelano attraverso il nostro sguardo

L’artista Manuel Canelles @m.canelles è protagonista del nostro appuntamento con l’arte. Triestino di nascita, con origini sarde, la sua arte ci affascina e interroga. Egli riesce a dare attraverso le ombre e le luci un carattere di sacralità profonda alle sue opere. Venerdì 3 Dicembre si inaugurerà presso 00a gallery di Merano c/o Villa Dolores, l’esposizione personale dell’artista: IN VITRO.
L’arte di Manuel spazia tra video e fotografie per giungere alle installazioni e performance. In questo gioco di immagini emerge con forza una ricerca che svela l’enigmaticità dello spazio e l’indefinitezza dei corpi che lo abitano. Proprio in quell’assenza di luce si scova il senso profondo e il nucleo leitmotiv della sua produzione. La notte come parte indispensabile per fare nascere la parte più autentica e bella di ogni individuo.

Manuel dove sei nato e cresciuto?

Sono nato in una terra di confine, un territorio ferito e osmotico adagiato tra le aspre alture carsiche e l’orizzonte limitato del mare adriatico. Trieste è una signora nevrotica e stanca che spesso racconta di quando era giovane e ricca, ogni tanto il suo sguardo si interrompe e diventa nostalgico; ma ancora in attesa di qualcosa di importante.
Le mie radici però affondano anche in altri luoghi, nutrendosi ad esempio della terra sarda di origine. Ma soprattutto mi sento di poter dire che continuo a nascere e crescere nei luoghi che la vita mi permette di incontrare e con cui instaurare confidenze e magari, con il loro consenso, convivere.

Come è nato lamore per l’arte e l’ispirazione per diventare un artista?

Uso il presente: nasce e si forma misteriosamente durante il cammino. Credo non ci sia mai stato un momento determinante ma un complesso di avvenimenti di crescita, contemplazione e urgenza. Penso che la questione sulla necessità sia determinante per rispondere a questa domanda. Ogni qualvolta rifletto su una tematica, attivo un dialogo con me stesso, facendomi carico della necessità di rendere fruibile un bisogno attraverso la chiave espressiva di uno studio visivo che sfiora anche la ricerca antropologica.
Quasi un’urgenza da gridare, parafrasando Artaud, per individuare un mezzo espressivo che possa esprimere segreti intimi e nascosti.

Che cosa posso ritrovare nelle tue creazioni gli spettatori, della tua terra d’origine?
Della Venezia Giulia le fratture, della Sardegna la solitudine. Ma sono risposte facili. Non sono davvero legato a una terra precisa. Forse mi piace pensare che la mia terra di origine sia quella dove rinascerò riscattato o nella quale troverò quiete. La mia ricerca tratta il tema dell’ambiguo e del provvisorio ed essere spaesato è una condizione con cui ho imparato a convivere ma con cui non ho fatto pace. Forse sto parlando di un territorio interiore, quasi una sorta di terra promessa.

Nella tue opere le immagini protagoniste mostrano incertezza e mistero in cui l’elemento dell’ombra, non è tenuto nascosto o evitato. Un’oscurità svelata che quasi perde la sua natura, come avviene nell’esposizione IN VITRO, che si inaugurerà il 3 dicembre. Da dove viene la scelta di avvicinarsi a ciò che negli individui, in generale, procura timore?

Il tema della paura è centrale nel mio lavoro. Oltre a divenire base di intolleranza e di esclusione, la paura permette a ciascuno di noi di catalogare i mali a cui crediamo di essere immuni. Esistono forze occulte e oscure che si insinuano nel cuore e che suggeriscono di edificare muri, in un’attività di giudizio che annota colpe e consuma tempo ed energie, sacrificando ciò che di più fragile esiste.
Si certo, il progetto parla di oscurità svelata ma in realtà penso si tratti di una sorta di erbario che parla sostanzialmente di luce. E infatti le fotografie sono state scattate all’aurora e al crepuscolo, due momenti in cui la luce è il fondamento della visione. IN VITRO ritrae organismi viventi che si svelano attraverso il nostro sguardo, quasi ingranditi in una paziente e silenziosa contemplazione visionaria, appaiono alieni, sembrano arrivare da un’altra dimensione ma in realtà la coltura “del mostro insito nell’uomo” avviene dentro dentro l’uomo, la germinazione si annida in noi. Credo che l’uomo abbia bisogno di prendere confidenza con questo organismo oscuro.
Maria Lai, grande artista dei nostri tempi, sostiene che le ombre “sono le nostre emozioni… sono il nostro carattere… qualcuno non riesce a gestirle e le dà via…ma la vita ce le restituisce… perché la vita dà più di una possibilità e restituisce le paure trasformandole in risorse”.
E poi c’è il tema della lastra fotografica, a cui queste fotografie rimandano, il fenomeno dell’emulsione e dello sviluppo; per generare l’immagine c’è bisogno del buio, l’assenza totale di luce. Sembra un controsenso, ma tra lo scatto e lo sviluppo, c’è il tempo misterioso del nulla. Un tempo notturno.
Ed è in questo contesto che ci si può avvicinare a uno spazio sacro, dove si vanno a toccare le corde intime dell’individuo, dove il sacro risiede e si nutre.

Grazie mille 🌟

Voi cosa ne pensate?
Scrivetelo qui
(Mi piace ascoltare le vostre critiche o apprezzamenti per poterci confrontare)

Al prossimo Artista

Valeria
Art Promoter



Categorie:Arte&Artisti, interviste

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