Mattia Caroli e I fiori del male: i testi di molte canzoni sono ispirate o adattate da poesie

Oggi ospitiamo la band Mattia Caroli e I fiori del male sono in attività dal 2015 e fin dall’inizio utilizza sonorità vintage per poi sperimentare e spaziare dal blues al jazz, dal folk al rock, grazie all’utilizzo di strumenti a fiato: tromba, sax, clarinetto, fagotto. 

Benvenuti ragazzi!

Salve, ragazzi. La prima curiosità che vorrei chiedervi è la scelta del vostro nome d’arte. Come mai siete così divisi, Mattia Caroli & I fiori del male? Vi siete uniti in un secondo momento o il nome della vostra band è sempre stato questo?
Il nome è sempre stato questo, principalmente il motivo è dovuto al fatto che, sin dalla nascita della band, i brani sono nati per mano del nostro chitarrista e cantante Mattia e in seguito arrangiati durante le prove con il gruppo al completo.

Raccontateci un po’ la vostra storia, artistica, musicale e non. Come si evince dal nome, il gruppo trae ispirazione dai poeti maledetti dell’800 per quanto riguarda i
testi. Il concept del nostro lavoro artistico può essere sintetizzato nell’amore per la letteratura e le arti visive che condividiamo: oltre al chiaro riferimento a Charles Baudelaire nel nome stesso del gruppo, il testo di molte canzoni è ispirato o adattato da poesie, come nel caso di La Fuite de la Lune, presente nel primo EP Every Giro Day, originariamente una poesia di Oscar Wilde, o in The song of the highest tower (Arthur Rimbaud) nell’album Fall from Grace, co-prodotto dallo studio romano LRS Factory e distribuito dall’etichetta tedesca Timezone Records.

Quali sono le vostre influenze musicali? Vi ispirate a qualcuno o vi ritenete “liberi” da condizionamenti?
Molte sono le influenze musicali e gli artisti che hanno influenzato la nostra musica, possiamo citare ad esempio Nick Drake per quanto riguarda l’utilizzo della chitarra o Syd Barrett per la voce, senza dimenticare le sonorità indie dei The Libertines con Pete Doherty. Punti di riferimento inoltre sono senz’altro i Pink Floyd o i The Doors.
Per quanto riguarda le sonorità del nostro ultimo lavoro ci siamo ispirati ad artisti come i Depeche Mode, Arcade Fire e Baustelle. Volevamo un sound forte per descrivere qualcosa di forte, il folk non ci bastava.

Il vostro ultimo EP, “Come non fossi qui”, è un progetto che nasce dalla vostra necessità di raccontare le esperienze di viaggio fatte assieme. Potete dirci di più su questo e, in generale, sul pezzo in questione?
Come Non Fossi Qui è il secondo lavoro in studio, il primo in italiano, un progetto che nasce dalla necessità di raccontare le esperienze accumulate durante le varie tournée avvenute nell’arco di questi ultimi quattro anni che ci hanno portato in giro per tutta l’Europa. Roma, Berlino e Londra, sedi delle registrazioni che hanno portato alla nascita di questo lavoro, vengono raccontate sia per le loro meraviglie nascoste, sia per descrivere un mondo frenetico e individualista dove c’è poco spazio per amore e poesia, in cui tutti sono molto social e poco socievoli.

Ma in tutto questo caos c’è chi non si dà per vinto, chi ogni giorno combatte per ristabilire un ordine delle cose più umano e collettivo. L’EP ha come tema centrale il viaggio, l’inconscio e l’amore; le storie che raccontiamo si svolgono tra queste grandi capitali cosmopolite: storie d’amore e di indifferenza, di social network e di poesia, di
sogni e illusioni. Per descrivere la distopia sonora metropolitana siamo entrati nel mondo della musica elettronica, universo che prima non conoscevamo, affidandoci per questo a produttori come Leo Pari e Alessio Festuccia.

Domanda di rito: progetti futuri?
Questo è un momento molto difficile per la musica e per il mondo delle arti e dello spettacolo in generale, in quanto questa crisi pandemica dovuta al COVID19 ha messo a dura prova gli artisti e l’intera filiera musicale. Non possiamo che augurarci di tornare presto sui palchi e sulle strade a cantare insieme al nostro pubblico.



Categorie:interviste, Musica

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