Baret Magarian: L’insoddisfazione alimenta la creatività e anche l’infelicità

Baret Magarian, scrittore, poeta, regista teatrale, pianista, risiede da anni a Firenze. Jonathan Coe ha elogiato i suoi racconti, tanto da accostarlo a Pessoa, a Calvino e a Kafka. Le Macchinazioniè la sua prima prova di narrativa “lunga”. 

Ci riassume in poche parole come è nato questo romanzo?
Ho preso un pullman da London a Oxford quando avevo un idea – due persone scambiano energia e uno prenda la vita dal altro. Sembrava interessante. La trama proprio mi è venuto quando ho cominciato a scrivere, ma è stato un processo lungo, difficile e intricato… piano piano altri sfumature e idee mi sono venuti… poi volevo collegare l’idea principale del scambio di energia con la costruzione di un guru tramite una altra personaggio – un guru del marketing, super potente e amorale. Alla fine tutto diventato mischiato e intrecciati. La morale della favola: prendete più pullman possibile da Londra a Oxford!

I nostri desideri possono mai essere soddisfatti?
In tutta onestà, direi che probabilmente no. Penso che nel complesso i desideri creino più desideri, le ambizioni alimentano più ambizioni. Ovviamente questo è piuttosto esasperante, ma la conclusione a cui sono giunto è che questo stato di insoddisfazione cronica è un trucco della natura per garantire che non restiamo mai fermi, che continuiamo ad andare avanti e ad evolverci e raggiungere il prossimo obiettivo, il prossimo dipinto, il prossimo amore, il prossimo progetto.
L’insoddisfazione alimenta la creatività e anche l’infelicità. A meno che tu non sia riuscito a liberare completamente la tua vita dal desiderio, che è lo stato che i buddisti descrivono come nirvana.

Come è nato il personaggio di Bloch?
Non mi ricordo proprio. Suppongo che una combinazione di osservazione degli altri, attingendo alla mia misantropia e suscettibilità alla tristezza, frammenti di libri che ho letto, come Steppenwolf, Feet of Clay, e alcuni tratti e tropi della letteratura, inclusa l’idea del doppelganger, e il connessione tra malattia e intuizione, in particolare il digiuno e l’illuminazione.

È un romanzo che tocca la sfera psicologica e amicale?
Si, certamente. Direi che l’amicizia e le sue diverse manifestazioni da una parte forte della narrazione ed esamino il modo in cui l’amicizia centrale tra Oscar e Bloch è una specie di qualcosa simbiotica, poiché i due amici si nutrono e si riflettono e si contrastano l’un l’altro. In questo senso il romanzo è probabilmente anche uno studio dell’ego, dell’alter ego e per certi versi anche dell’Id freudiano. Volevo anche mostrare come gli amici a volte possono essere estranei l’uno all’altro e come le persone che ci sono molto familiari a volte possono diventare improvvisamente estranee, aliene e imperscrutabili.



Categorie:Autori, interviste

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