Marco Predieri: il teatro come un moribondo pieno di vita che non si spegnerà mai!

Marco Predieri, attore teatrale con noi a Life Factory Magazine. Inizia la carriera professionale in seno alla Compagnia Cenacolo dei Giovani. In seguito collabora con diverse compagnie nazionali.

Buongiorno e benvenuto tra noi, signor Predieri. Perché non si presenta e ci racconta un po’ di lei e del mondo del teatro che vive ogni giorno? Raccontarmi in prima persona non è semplice. Potrei iniziare col dire che sono stato un bambino, poi  un ragazzino, un po’ anomalo, come tutti quelli che nella vita inseguono un sogno artistico, anzi una vocazione, piuttosto che il pallone. Oggi forse è un po’ diverso (almeno lo spero).

Ai miei tempi (ho 43 anni) non era semplice preferire il teatro allo stadio, almeno fino agli anni dell’università. Però chi ha dentro questa particolare aspirazione e la tenacia di seguirla spesso riesce a trasformarla nella propria vita, mentre dei miei ex compagni che inseguivano il pallone nessuno è diventato un calciatore. Il tempo è galantuomo e lo voglio dire a quei ragazzi e adolescenti che magari, per lo stesso motivo, ancora trovano difficoltà a inserirsi o a riconoscersi nei coetanei. Il resto è venuto da sé … l’Accademia dei Piccoli, poi le compagnie amatoriali fino al professionismo e nel mezzo sono anche diventato giornalista, a vent’ani, scrivendo sempre di teatro. Oggi mi piace pensarmi come un semplice teatrante, un termine che alcuni colleghi digeriscono male, ma a me piace, lo trovo completo. Io vivo il teatro come attore, regista, autore, ne scrivo da giornalista, gestisco e ho gestito teatri e festival e non amo le definizioni stingenti. Teatrante credo mi calzi a pennello, ma mi piace anche giullare, un po’ come Cyrano, il mio grande amore e il ruolo più emozionante a cui, con estremo timore e rispetto, mi sono avvicinato, interpretandolo come si potrebbe fare per omaggiare un amico schietto e sincero. Il teatro per me è il racconto della vita popolato di creature fortissime e fragilissime allo stesso tempo e così lo vivo.

Questa situazione, così inedita per tutto il mondo, ha spento per la prima volta nella storia dell’umanità le luci sullo spettacolo dal vivo. Non era mai successo, neppure sotto i bombardamenti delle guerre. Certo era inevitabile, nessuno di noi è così irresponsabile da reclamare aperture rischiose, ma chiediamo che si trovino presto le soluzioni perché il teatro, i concerti, i cinema tornino a offrire il loro prezioso servizio , in piena sicurezza, un servizio sociale e culturale che non è mero intrattenimento, è la nostra anima, la nostra coscienza civile. Personalmente come ho vissuto questa situazione? Oltre al danno economico, evidente, per un artista quello che forse segna di più è la perdita del proprio ruolo sociale, il non esistere più nella quotidianità con la propria funzione, oltre allo stare lontano dal pubblico, che è la nostra famiglia allargata. Poi noi abbiamo vite fatte di una estrema socialità. Certo si prova a reagire, si progetta, ci si inventano altri modi per restare in contatto con chi comunque ci cerca, si esplora il web, si prova ad andare in tv. Tutte situazioni che ho cercato le ho cercate non tanto per me stesso quanto per ricordare che il teatro c’è comunque, esiste e non vuole abbandonare il proprio pubblico. Poi l’impegno ovviamente è sempre nel sensibilizzare la politica e le istituzioni perché restino vigili sui necessari supporti economici, ma non basta, serve che ne parlino, che non facciano calare il sipario sulla ricerca delle soluzioni. Il teatro è importante come la scuola e se ne deve discutere come si parla di riaprire le scuole. Io ho anche un passato che ha lambito la politica e quei canali cerco di sensibilizzarli, nel mio piccolo, come posso. Sostengo poi attivamente le iniziative di personalità anche molto più influenti di me, come Monica Guerritore, che si sta spendendo sempre in prima persona, anche con la petizione per un estate di teatro nei tanti luoghi all’aperto di questo nostro bellissimo Paese ricco di anfiteatri e arene storiche ma anche di piazze, chiostri, scenari naturali che possono essere animati da un rinascimento dello spettacolo dal vivo. Il teatro comunque è storicamente un moribondo pieno di vita e non morirà neppure ora!

  • Attualmente è impegnato in una web serie, Area 51 – mutanti teatrali. Vuole raccontarci di più su questo progetto? Area 51 è nata da un moto di reazione spontaneo, se così possiamo dire. Con Francesca Nunzi e Laura Cellerini, che produce la serie, e con Matteo Lorini, il regista, compagni straordinari, con i quali ho condiviso la scorsa estate uno dei pochi importanti eventi live che si sono tenuti in Italia, abbiamo cercato una strada per uscire dal silenzio e, forse, anche dalla depressione di questa situazione e rincontrare, su un altro palco, purtroppo virtuale, gli amici, il pubblico, che tanto ci mancano. Letture, lezioni o conferenze ci sono sembrate soluzioni noiose, sia per chi le fa che per chi le riceve,  (oltre che inflazionate) e soprattutto volevamo recuperare i nostri caratteri ironici. Non siamo gente abituata a prendersi troppo sul serio, dunque perché non fare la cosa più semplice e originale? Raccontare noi stessi, artisti improvvisamente rinchiusi, con le nostre manie e nevrosi e con quel lungo tempo vuoto da dover riempire. Così siamo diventati cavie per un esperimento, spiati da un’organizzazione che cerca di carpire il segreto del nostro superpotere mutante, quello che ci consente di diventare mille personaggi, di essere mille storie sui palcoscenici. Solo che nella situazione di clausura la cosa sfugge di mano e le nostre reazioni si fanno sempre più grottesche. Francesca è sopraffatta dalla mania di pulire e igienizzare e diventa al contempo preda delle serie tv, soprattutto vintage, che ricerca ossessivamente, io passo il tempo a fare lavatrici e docce per non cedere all’ipocondria e via dicendo. Entriamo in contatto attraverso i rispettivi televisori, attraverso i quali interagiamo, il perché non lo sappiamo, ma dopo lo stupore iniziale accettiamo la cosa come fosse la più normale del mondo. Peccato che Francesca abbia iniziato a trasfigurarmi nei personaggi delle fiction che la ossessionano …

In questa follia vengono a trovarci altri colleghi, anche loro osservati speciali nell’Area 51, tra questi Giorgia Trasselli, Maria Lauria, Maria Rita Scibetta, Raffaele Totaro. Se guardate la serie, su youtube, scoprirete che mi stanno sottoponendo a qualsiasi cosa, tanto che la mia stessa immagina pubblica ha iniziato a cambiare e diventare autonoma.

  • Quanto, a suo avviso, la mancanza d’arte e di spettacolo che, a causa della pandemia, viviamo da più di un anno, sta cambiando le persone? Non crede che si sia, in qualche modo, creata una sorta di filosofia della solitudine che rischia di rendere tutti più apatici e psicologicamente fragili? Pensare che anche momenti banalmente normali come andare al cinema o aggregarsi a teatro per guardare uno spettacolo siano finiti è molto triste e deprimente, non trova? Il danno psicologico e sociale è enorme e lo vedremo anche in futuro. Come dicevo, il teatro rappresenta una coscienza sociale e civile collettiva, oltre a un momento di condivisione essenziale. Non è solo il vedere lo spettacolo, ma il vivere tutto il contesto. E’ una forma altissima di umanità che è venuta meno e lo si capisce bene anche dai social. L’incattivimento dei commenti, la perdita di senso di certe reazioni, l’inaridimento culturale sono cose fortemente connesse anche alla mancanza di stimoli e di stimoli dal vivo. Il teatro è per eccellenza il luogo delle emozioni e del pensiero. Diceva l’immenso Proietti “benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente e falso”, il web è l’esatto contrario. A teatro ci si guarda negli occhi, si impara ad ascoltare, si annusa il sudore degli artisti, le emozioni non hanno filtri, passano attraverso la pelle e soprattutto ci si può anche andare da soli, ma non ci sta da soli e non si va via da soli. Però sono convinto che appena sarà possibile vi sarà un’esplosione di voglia di tornare a vivere e riempire questi spazi umani e noi artisti, grandi, piccoli, famosi o sconosciuti, faremo tutti la nostra parte e la sappiamo fare bene!
  • Per salutarci, che augurio si fa e fa a tutti gli artisti italiani?
    Che si possa tornare presto ad abbracciarci, baciarci, andare a teatro, stringerci la mano, annusarci. Io voglio, nonostante tutto e tutto quello che si sente, credere nella scienza, anzi ci credo e penso che se chi di dovere riuscirà a serrare i ranghi sulla campagna vaccinale e investirà sulla ricerca di nuove cure potremo riprenderci quanto prima la nostra piena esistenza. Mi auguro che quanto successo sia una lezione per il futuro, che non si debba più tornare ad abbassare i sipari sulle nostre vite e sulla gioia immensa di essere animali sociali.


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