Anna Martellato: la natura non ci appartiene, siamo noi ad appartenere a lei…

Benvenuta Anna, per me è un onore poterti conoscere un pochino meglio soprattutto dopo aver letto e amato il tuo ultimo romanzo pubblicato per la Giunti Editore “Il nido delle cicale”.

Raccontami un po’ di te, di come è nata questa tua passione per la scrittura, il raccontare attraverso i tuoi articoli e romanzi quelle storie che tanto affascinano noi lettori.
A: Grazie a te, Paola! L’onore è tutto mio e ti ringrazio per questa intervista. Io la passione di mettere nero su bianco le mie emozioni e sensazioni l’ho sempre avuta. Per me è un modo di metabolizzare ciò che mi accade e ciò che accade attorno a me. A questo uniamo la fervida immaginazione che mi ha sempre contraddistinto fin da quanto ero bambina… e il gioco è fatto. O, almeno, la sua base. Bisogna poi unire un mix di condizioni e temperamento che, assieme ad altri fattori, mi hanno permesso di studiare e di svolgere la professione giornalistica, fino ad arrivare a quel grande privilegio che è scrivere (e pubblicare) romanzi. Parliamo del tuo ultimo romanzo, Il nido delle cicale, un titolo molto particolare.

Cosa rappresenta questo titolo per te?
A: Rappresenta tutto il senso del romanzo ed è il risultato di due anni di lavoro. Non poteva che essere questo il suo titolo: l’ho voluto con forza. Le cicale sono infatti considerate dagli antichi Greci come simbolo di resurrezione, di rinascita, perché attendono anni sotto terra prima di uscire sotto forma di ninfe larvali e arrampicarsi su un tronco d’albero oppure su uno stelo d’erba per iniziare la loro trasformazione: un po’ come Mia, che ha trascorso vent’anni della sua vita nell’ombra di una colpa e di una relazione sbagliata. Come le cicale nelle notti d’estate, che escono letteralmente dal loro carapace per trasformarsi e far uscire le loro bellissime ali, Mia dovrà fare uno sforzo per uscire dalla sua “zona di conforto”. Dovrà in qualche modo fare uno scatto evolutivo, affrontare il suo passato anche se il futuro è un salto nel buio. È l’unico modo per spiegare le ali e spiccare il volo. 

Nel romanzo le figure principali sono Mia, Luca e Mattia. Ognuno con le proprie debolezze e fragilità, specialmente Mattia. Perché? Vuoi parlarci un po’ di lui?
A: Ogni mio personaggio ha luci e ombre, e spesso è nelle ombre che si trovano i tratti più interessanti e la sua verticalità. Mia è una donna schiacciata da una vita insoddisfacente di cui non ha mai preso coscienza: un compagno che dice di amarla ma non la sposa come lei vorrebbe, dei figli che lui le nega perché non si sente pronto e anni passati a lasciare una città per un’altra solo per seguire lui e le sue ambizioni professionali. Mia non crede di valere tanto, come persona e come donna, ma si sbaglia. Quando però scopre che Alessio, il suo compagno, le ha nascosto una verità inconfessabile, in lei scatta qualcosa. Non fa finta di niente, come ha sempre fatto fino a quel momento. Ma l’evoluzione per lei non è ancora in atto,
perché comunque non affronta il suo compagno. Però va via, inventa una scusa, scappa per tornare nella sua vecchia casa di famiglia, sul lago di Garda, una villa bellissima ma lasciata andare, trascurata.

Lì, oltre ad affondate la sua bizzarra madre, incontrerà Luca, il fidanzato di vent’anni prima, quando erano adolescenti. Ed è allora che i personaggi saranno messi alle strette: dovranno affrontare il loro passato. Luca è un personaggio bellissimo e che ho amato molto. Da ragazzo era uno scavezzacollo, il classico figlio di papà arrogante e altezzoso. Ma vent’anni prima, in quell’estate del ’99, accadde qualcosa che cambiò per sempre la sua vita e quella di Mia. Da quel momento Luca è cambiato: è diventato umile, schiacciato dal senso di colpa. Si avvicina alla natura, alla terra, consapevole che è solo lei a donare vita alla morte. Inizia a coltivare piante officinali, viene diseredato dal padre, a capo di una piccola azienda farmaceutica con grandi ambizioni di espansione. Luca sceglie di vivere, anziché morire dentro, nonostante porterà sempre il peso di ciò che è accaduto durante quell’estate. Ed ecco che non possiamo non parlare di Mattia, il fratello gemello
di Mia che ha perso la vita in un incidente: sia Mia che Luca si sentono colpevoli dell’accaduto ma tra loro, almeno fino al ritorno di Mia, non c’è mai stato alcun confronto. 

Mattia è un ragazzo fragile, introverso, sensibile, ingenuo. Un ragazzo ancora acerbo che si sta scoprendo e che inizia a esplorare i suoi sentimenti. È una bomba a orologeria, Mattia. È spaventato da quello che prova, vive in un mondo tutto suo, attorniato dalla bellezza delle opere d’arte del Canova e dalla musica classica.
Non era di certo il tipico adolescente ribelle, come invece lo erano Luca e Mia. Sì, anche Mia era una testa calda all’epoca. Ma dopo l’incidente, anche lei è cambiata. È diventata più introversa, più silenziosa, più accondiscendente. Come a voler far vivere in lei una parte del gemello scomparso.Ho amato tantissimo le pagine in cui Luca e Mia attraversano i campi di lavanda, le coltivazioni di erbe
officinali di cui Luca si occupa. Ho percepito i profumi, la serenità di quei momenti.

Quanto secondo te la natura può curare non solo i mali fisici ma anche e soprattutto quelli dell’anima?
A: Lo fa, e tanto. Non dimentichiamoci una cosa: la natura non ci appartiene, siamo noi ad appartenere a lei. Facciamo parte di questo sistema, anche se vogliamo governarlo. Le piante, le foglie, i fiori, le bacche, le radici hanno moltissime proprietà, non solo per curare il corpo, ma anche lo spirito, la mente, l’anima. Lo imparo tutti i giorni e ne sono sempre più consapevole: collaboro con un’azienda stupenda che produce oli essenziali. 

Nel romanzo affronti anche il tema quanto mai attuale dell’omosessualità con delicatezza e semplicità. Quanto è importante parlarne soprattutto oggi? E quanto ancora secondo te è considerato tabù?
A: Credo sia sempre importante parlarne, anche se oggi come oggi non è più un tabù come lo era un tempo. Ho anzi l’impressione, da una parte, che si spinga per una sessualità liquida e non definita, oppure volubile, che per certe persone è elevata a stendardo di emancipazione e rivoluzione sessuale. Facciate che si esibiscono, nella maggior parte dei casi (o almeno questa è la mia percezione) per moda o per dare una certa immagine di sé estrema. Lo ritengo un effetto collaterale dei tempi che viviamo. Oggi la libertà di esprimere e non più di nascondere la propria vera identità sessuale è una realtà. Lo vediamo con i nostri occhi: trovare una coppia gay nel mondo reale, nei romanzi o nelle serie tv (non so se qualcuno di voi ha visto Le regole del delitto perfetto, con Viola Davis) non è affatto raro. Non dico che non esista più il tabù al 100%: per alcune persone, in alcune zone o comunità d’Italia l’omosessualità non è ancora contemplata, ma ricordiamoci che in altre comunità, in altre nazioni e teocrazie l’omosessualità è non solo è tabù, ma reato. 
Ci stiamo abituando a considerare l’omosessualità come una faccia della sessualità (più che altro si stanno abituando le vecchie generazioni per le quali sì, l’omosessualità era tabù), non qualcosa di malato, di perverso o di diverso. Semplicemente una faccia piuttosto che un’altra. Se Mattia fosse stato un adolescente oggi anziché nel ’99, forse le cose sarebbero andate diversamente.

Un personaggio a me molto caro è sicuramente la figura di Efra, la tata ormai 92enne che tanto ha amato e coccolato Mia e Mattia fin da bambini. Mi ha ricordato tantissimo la mia adorata nonna. Efra è stata l’unica che ha veramente capito e sostenuto Mattia sempre… Ti sei ispirata ad una figura reale?
A: Mentre scrivevo di Efra mi veniva in mente la mia nonna paterna, Teresa, fisicamente parlando come anche nei modi. Efra è nata dopo che una mia cara amica, Stella, mi ha raccontato che andava a trovare alla casa di riposo la sua tata ultranovantenne. In quel momento mi è scattato qualcosa come “fantastico devo metterlo in un romanzo!”. Il nome Efra l’ho invece “scippato” alla nonna di mia suocera: era insolito, diverso, mi piaceva. L’idea che Efra si trovi per lo spritz con le amiche, anche questa è una chicca che mi hanno raccontato: riguardava l’anziana quanto frizzante mamma di un conoscente, disperato perché la nonnina non ne voleva sapere di abbandonare la bicicletta per il suo raduno alcolico. Ecco allora come è nato il personaggio: un favoloso mix di elementi e persone reali, rimescolati – non agitati – per dar vita a una personalità unica.

Progetti e novità in arrivo?
A: Se ce la faccio, dovrei scrivere il terzo romanzo. Sarà il più complesso dei tre, quindi spero in un aiuto, se non divino, almeno da parte dei miei nuovi personaggi. Di solito loro sanno sempre cosa fare di me.

Grazie ad Anna Martellato per essere stata tra le nostre pagine.



Categorie:Autori, D-Interviste, interviste

1 reply

  1. Complimenti! Un’intervista veramente appagante. Grazie

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