“Il tempo che faceva” di Aldo Boraschi

L’autore ci accompagna all’interno di un paesino situato sul mare; non si sa esattamente dove si trovi eppure viene descritto in maniera garbata, nelle sue particolarità, nelle diverse stagioni che lo colorano in maniera differente.

Trama: Gelinda Rustichetti ha vissuto tutta la sua vita a Senzunnome, paese dalla geografia incerta e dalla storia compromessa da una frana che ha distrutto l’ufficio anagrafe, cancellandone il passato. Beata Nocentini è invece una giovane ragazza che porta addosso fin da piccola la fama di “scema del villaggio”. Due anime solitarie che non possono far altro che incontrarsi e incastrarsi alla perfezione. I racconti di Gelinda, riportati per tanti anni nei suoi quaderni e poi tramandati a Beata, diventano la memoria degli avvenimenti e dei personaggi che hanno segnato il borgo. Un continuo susseguirsi di uomini e donne, di storie reali, sincere, ricche, che Gelinda osserva dal suo Bar Gelateria. Il tempo che faceva è un’ode all’arte del raccontare, del guardare il mondo attorno a sé e riportarlo indelebilmente sulle pagine della Storia.

Recensione

Senzunnome assomiglia infatti a una normale località fuori provincia, dove la maggior parte degli abitanti si conosce da sempre e tenta di supportarsi. Il sindaco, il pescatore, i signori benestanti, quelli meno abbienti, la gelataia, il ragazzo bravo a scuola, lo spaccone, la scema del villaggio. Tante figure compongono una realtà non risparmiata dall’immigrazione; gente arrivata a Senunnome, dall’estero, in cerca di una vita migliore, non di certo per delinquere. Sembra tutto rosa e fiori ma vi è sempre un lato negativo, come dovunque, ed è il marchio d’infamia: se si è apparentemente diversi, è un segno che accompagna la quotidianità e pregiudica il futuro di chi lo indossa.

Qui si intrecciano le storie di due donne di due generazioni contrapposte, ma in un certo senso con qualcosa in comune, disposte ad aiutarsi a vicenda e a migliorarsi. Gelinda è una signora che si incammina verso l’appassirsi della sua vita, conduce le sue giornate nella casa di riposo Bell’età, per sua scelta, ha solo un nipote e non ha avuto figli, poiché l’amore non è stato proprio magnanimo con lei e non si è sposata. Nonostante ciò, Gelinda non ha mai perso la gioia di vivere, condividere, è gentile e si rimpinza di dolci anche se non dovrebbe alla sua età. Prima di ritirarsi gestiva il Bar Gelateria, un luogo non solo di delizie ma di ritrovo. Ora trascorre il tempo a chiacchierare con gli altri ospiti e litigare con la signora Pesce, con cui divide la stanza, una donnetta razzista che borbotta ogni volta che uno straniero ruota nella sua orbita. Ma Gelinda ha anche altre occupazioni su cui concentrarsi: istruire Beata su come farsi strada nella vita. Oltre che a insegnarle l’arte del gelato, le racconta aneddoti importanti sulle vicende successe un tempo, alcune documentate e perdute a causa di una terribile frana che ha distrutto l’ufficio dell’anagrafe.

Beata è una ragazza molto giovane, solitaria non per sua scelta, in Gelinda trova un ancóra di salvezza. Marchiata ingiustamente come una ritardata, dopo un incidente avuto da piccola, – non solo dagli abitanti ma dalla stessa madre, – è vittima di abusi ed è considerata incapace di crearsi un qualsiasi genere di occupazione. È proprio la signora Gelinda a coccolarla, amarla come avrebbe dovuto fare una madre, rendere gioiose le sue giornate e guidarla nel suo futuro. Nella lettura ci si affeziona a entrambe, è inevitabile, le pagine scorrono a meraviglia e la scrittura è molto piacevole.

Il tempo che faceva è uno schiaffo al maschilismo, a mio parere, un romanzo che mette in risalto le capacità di figure femminili, la loro grande forza di volontà, di donne che riescono a costruirsi un avvenire anche senza una presenza maschile, pressante; una storia di forza, riscatto e vissuto, che non manca di commuovere alla fine. Lo consiglio a tutti.

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Categorie:Libri, Narrativa

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