VERONICA MONTANINO: l’arte è una prassi, alimentata dal pensiero, ma che non esiste senza la pratica.

Oggi ho l’immenso piacere di aver intervistato, un’artista italiana, classe 1973, di grandissimo talento: Veronica Montanino


Per me è un onore ospitare tra le pagine di LIFE FACTORY MAGAZINE, questa talentuosa artista romana contemporanea. I suoi capolavori escono fuori dalla tela, per trovare una loro più giusta collocazione attraverso la realizzazione di molte installazioni site specific in decine di palazzi storici. La sua produzione artistica è caratterizzata da un uso esuberante del colore e da un’attitudine ambientale. Questa riesce ad esprimere un mondo infinito di sensazioni, che incantano ogni osservatore

Lei espone sin dal 2000, una giovanissima artista. Quando è nata questa sua passione e che cosa ha scaturito la sua predilezione verso il camouflage e la pratica del remix? Lavoro da circa trent’anni, considerando che sono trascorsi almeno una decina d’anni di ricerca prima che cominciassi ad esporre negli anni duemila, quindi forse non mi definirei giovanissima. Volendo rintracciare un’origine, parlerei di attitudine invece che di passione che sembra un termine più hobbistico. Immagino che l’attitudine intesa come disposizione – non innata, ma naturale – per certe attività si manifesti presto nella vita, probabilmente già dall’infanzia. Perchè tale inclinazione, se coltivata nel tempo, possa diventare talento o comunque professione, occorre tanta dedizione e, aggiungerei, caparbia determinazione a praticare l’arte (di quest’ultima in Italia, ancor più che altrove, ce ne vuole tanta!). Sin da bambina avevo un rapporto con le immagini caratterizzato da una forte impressionabilità, ne rimanevo profondamente suggestionata, quindi probabilmente tutto nasce da questo: da una sensibilità che riconosce un grande potere alle immagini. Ovviamente non basta, è solo una premessa che richiede, per svilupparsi in un linguaggio espressivo, l’applicazione e l’esercizio costante nella ricerca di una forma. Bisognerebbe sempre tenere presente che l’arte è una prassi, alimentata dal pensiero, ma che non esiste senza la pratica. Tutto nasce dal guardare, ma poi c’è il rapporto con il proprio corpo e con la capacità di muoversi e fare, il rapporto col mondo, nella ricerca costante di concretizzare una propria visione. Io ho osservato molto la natura che mi ha sempre affascinata enormemente e il camouflage è una strategia visiva del regno naturale che, come indica la parola, consiste nel mascheramento. In natura è una questione di vita o di morte, è finalizzato alla sopravvivenza, alla necessità di ingannare la preda o il predatore. Nel mio lavoro il camouflage è una dichiarazione d’amore nei confronti della natura stessa ed è l’esaltazione di quella dimensione visiva che trionfa nei fenomeni naturali, con cui l’arte compete da sempre. Che l’arte imiti la natura credo sia un grande equivoco. Quando si parla di mimesi, dall’estetica aristotelica in poi, il riferimento è al fatto che l’operare dell’artista è simile all’operare della natura. Ma si tratta sempre di “ricreazione”, mentre la vera somiglianza sta nel fatto che noi, come la natura, creiamo fenomeni, fatti empirici. 

Il remix invece è una forma di costruzione che definirei in un certo senso “primitiva”, perché prevede non tanto di plasmare una forma, ma piuttosto di manipolare, investendole di “magia”, le cose che abbiamo intorno a noi, nel nostro habitat quotidiano, dimenticandone la realtà materiale e guardando ogni cosa con la meraviglia negli occhi. E’ un procedere alla trasfigurazione e trasformazione delle cose che ci circondano e delle quali disponiamo.

Molta della sua produzione artistica rimanda al senso dello smarrimento e del disorientamento, elementi questi di grande attualità. Quale concetto intende esprimere rappresentando il mondo dell’ignoto e dell’incertezza? Bisogna distinguere: il disorientamento è condizione assai problematica e forse pericolosa, per non parlare dello smarrimento che evoca immediatamente lo spettro di una dimensione patologica anche di una certa gravità. Ma se ci riferiamo al disorientamento e allo smarrimento causati dall’attuale situazione della pandemia – visto che è stata citata l’attualità – diventano dimensioni congrue perché denotano un corretto rapporto con la realtà. Soprattutto perché al di là del pericolo del contagio c’è una colossale crisi di valori: è la cultura egemone ad essere in agonia. Il neoliberismo, che non è solo un sistema economico, ma un’ideologia, mostra in questo momento tutto il suo fallimento. Stiamo verificando che la possibilità di farcela a sopravvivere come specie è legata alla solidarietà, al mutualismo, alla capacità di fare rete, alla socialità. Ma allora…non è vero che la sopravvivenza è legata alla legge del più forte. Per centinaia di anni siamo stati convinti che tutto funzionasse con il vita mea mors tua, lo abbiamo teorizzato e creduto che fosse una legge della natura, ma oggi la realtà ci dimostra l’esatto contrario. E abbiamo studiosi come il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, per citarne uno, che ci spiega come la vita sul pianeta sia evidentemente rappresentata perlopiù dalle piante che vivono da un tempo enormemente più significativo del nostro (cinquecento milioni di anni contro i nostri trecentomila) e come il segreto di tale longevità, che è il segreto della vita stessa, sia la simbiosi, la cooperazione, la differenziazione e la capacità di mutare. Quindi la storia della lotta per la sopravvivenza che ci ha fatto pensare a noi stessi gli uni contro gli altri, tutti contro tutti, era nient’altro che una ideologia! Interessante e spiazzante, no?! E’ pieno di studiosi e scienziati che propongono finalmente pensieri nuovi, che diventano non solo plausibili, ma evidenti nello stato di cose attuale. E’ la visione del mondo che è in corso di ripensamento. In questo senso il disorientamento è la condizione necessaria alla nascita di nuovi orientamenti.  

Se parliamo del territorio dell’arte penso che questa dovrebbe sempre provocare disorientamento per sollecitare, in chi ci si relaziona, la produzione di una propria visione, punto di vista, pensiero attivo. Credo che il discorso sulla perdita di orientamento riferito al mio lavoro scaturisca, anche se nella domanda non è specificato, dal caratteristico eccesso di elementi che rendono le mie opere magmatiche, prive di centro, sempre tendenti allo sconfinamento, non solo spaziale ma anche tra categorie quali natura e cultura, natura e artificio, come in quest’ultima mostra Rami in corso presso Villa Torlonia. Nel mio lavoro l’incertezza, specificamente visiva, vuole essere uno stimolo ad esercitare lo sguardo, ad abbandonarsi all’immagine come dimensione nebulosa, meno nitida rispetto alla consueta chiarezza della veglia e della coscienza, che sono piuttosto costrittive, limitate e limitanti.  

Le suggestioni che crea la sua arte, lasciano l’occhio dell’osservatore libero nell’attribuzione del significato o lo vogliono invece indirizzare con dei suggerimenti e delle tracce, per ricondurlo così alla sua verità artistica? Completiamo il discorso emerso dalla domanda precedente. E’ ovvio che ogni artista abbia delle proprie verità che sono davvero radicali perché le ha ricavate direttamente dal proprio lavoro. Sono verità perentorie ed inconfutabili che a volte fanno apparire la parola dell’artista come l’oracolo, ma la ragione è semplice: è perché non si tratta di verità apprese o abbracciate, ma di scoperte prodotte dall’interno del proprio fare e per questo autonome. Io ho le mie verità che sono un tutt’uno con la mia pratica artistica ma che non potranno mai raggiungere l’osservatore, a meno che non diventi uditore o lettore qualora io mi trovi ad esprimermi, come in questo caso, mediante il linguaggio articolato. E’ una circostanza che riguarda il fatto che sto rispondendo alle domande che mi vengono poste e che mi porta ad esporre verbalmente in modo chiaro il mio pensiero e le mie verità, cosa che mi capita anche quando insegno in Accademia e metto a disposizione degli studenti il mio modo di concepire l’arte, la mia esperienza, ecc.. Ma quando faccio l’artista, quando propongo immagini, utilizzo una dimensione che è strutturalmente equivoca, ambigua, permeabile e che non ha nulla a che vedere con la verità. Dico una cosa banale: le immagini non hanno un significato univoco, non possono averlo, al contrario delle parole usate nel discorso (perché poi, anche le parole, quando sono poesia, ovvero se sono arte, non hanno un significato univoco neanche loro). Le immagini non hanno un significato ma hanno un senso, prodotto da colui/colei che ci si relaziona. E’ un atto singolare di entrambi, dell’artista e del fruitore. La libertà dell’osservatore è intrinseca a questo meccanismo e non è una mia scelta specifica, è la condizione stessa dell’arte. E’ l’unico ambito, l’arte, in cui il disorientamento, per tornare al discorso di prima, è costitutivo in una accezione totalmente positiva. Se applichiamo il disorientamento al funzionamento dell’occhio, capiamo bene quanto grave possa essere, perché immediatamente dovremmo tradurlo in un difetto della percezione, dovuto a una condizione di malattia degli organi o a una percezione delirante e via dicendo, quindi dovremmo rivolgerci all’oculista, al neurologo o allo psichiatra. Ma se disorientamento riguarda un occhio che sta osservando un’opera d’arte, non solo è una cosa sanissima ma è una enorme, preziosa possibilità per ciascuno di attivare una propria libera sensibilità. Quello che ci si trova ad osservare è un oggetto o un fenomeno frutto di un processo, di un movimento fisico e mentale dell’artista che di per sé è invisibile, ma che ha prodotto l’opera che è e rimane una questione aperta. Da questo stimolo concreto chi guarda, investendo l’opera di interesse, produce un proprio movimento mentale, una propria immagine che non è quella dell’artista. Non si tratta di comprendere, ma di interpretare liberamente e di creare una propria verità, per questo diffido delle opere che si fanno programmaticamente portatrici di messaggi e che, sconfinando in una comunicazione molto rigida, perdono secondo me la specifica “liquidità” dell’arte.    

Cosa ha trovato di più difficile nel suo lavoro per la Mostra “Rami”, ospitata dal Casino Nobile di Villa Torlonia dal 14 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021, in cui troviamo protagonista e filo conduttore, il tema della metamorfosi? Il luogo è senza dubbio difficilissimo di per sé, perché è estremamente connotato e saturo in ogni centimetro. Credo di averlo affrontato relazionandomi con esso senza paura, ma con estrema attenzione e considerazione per ciò che avevo intorno. L’ho osservato attentamente, ne ho studiato la storia, ho cercato dei riferimenti che mi aiutassero, ed esplorandolo li ho trovati nelle Storie di Amore affrescate sul soffitto della Sala da Ballo e nella Camera di Psiche che rimandavano a Le metamorfosi di Apuleio a me care. A un certo punto assecondando ciò che lo spazio mi indicava – delle fioriere vuote, tavoli, consolle – mi sono sentita a mio agio ed è venuto abbastanza naturale perciò inserirmi in quelle aree, superfici, interstizi e, senza alcun sentimento di rivalsa, senza competizione, ma anche senza timidezza, trovare il mio posto. Alla fine tutti gli spazi sono a loro modo difficili, quando si pensa al white cube, sembrerebbe essere uno spazio semplice in quanto neutro, ma invece la sua “sterilità” crea a mio avviso altrettanti problemi perché impone di generare un pensiero visivo come se fosse “dal nulla”. Poi non può mai essere evidentemente dal nulla, perché c’è una ricerca dietro, la strutturazione di un linguaggio, anni e anni di lavoro ed esperienza, ma l’intervento in uno spazio bianco e “muto” è inevitabilmente qualcosa di “sradicato” rispetto al luogo nel quale si innesta. Quando invece lo spazio è concreto e, come in questo caso, denso di storia e di segni, tutto diventa più intuitivo per me. In particolare il Casino Nobile è un edificio ricchissimo di princìpi che amo: l’arte combinatoria di elementi eterogenei provenienti da diverse fonti – il remix di cui sopra -, l’eclettismo e il gusto della citazione, l’affastellamento di stili e generi, la compresenza di antichità reali e fittizie che apre alla dimensione dell’ambiguità tra realtà e artificio. Il carattere di opera ambientale del museo stesso e il nesso tra ornamento, natura e propagazione in tutto lo spazio disponibile, è una idea di magia dello spazio che mi è molto congeniale. Per non parlare della collocazione nel parco che ha favorito l’idea di lavorare con i rami, creando uno scambio tra interno ed esterno. Nel contemporaneo ci sono mille espressioni di ricreazione di questa magia dello spazio, penso a Olafur Eliasson e al suo The weather project alla Tate Modern, penso alle opere ambientali di Carsten Höller o Yayoi Kusama e molti altri. Ma per un artista italiano e in particolare romano, che ha inevitabilmente una grande familiarità con l’arte antica e con la sua espressione ambientale, è una grande opportunità e un cimento confrontarsi con questo tipo di magia che viene dalla storia ma che è così presente e preponderante nelle nostre città. 

Grazie mille

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Al prossimo Artista

Valeria
Art Promoter



Categorie:Arte&Artisti, interviste

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