Andrea Batti: il vero segreto è non mollare mai.

Daniela Romano per Life Factory Magazine incontra Andrea Batti. Ha sempre avuto un grande interesse per lo studio dell’animo umano e questo lo ha spinto a frequentare l’accademia di Cinema a Cinecittà dove ha avuto la possibilità di fare esperienze in ambito teatrale e cinematografico. 

  • Ciao, Andrea, grazie per questa intervista. Potresti dirci qualcosa di te e dell’inizio della tua carriera?

Ciao, grazie a voi. Mi presento volentieri: sono toscano d’origine, precisamente di Massa, e ho iniziato il mio percorso di studi attoriali dopo le superiori. Mi sono trasferito a Roma e ho frequentato una accademia di recitazione che all’epoca era negli studi di Cinecittà. Ho inziato col teatro, grazie a un’esperienza al Piccolo Eliseo con Pino Quartullo.

Dopo l’accademia ti ritrovi fuori che è un po’ una giungla, dove è veramente difficile farsi spazio. L’inizio è difficile per tutti, ci sono periodi in cui non si lavora per niente.

Negli ultimi anni le cose sono migliorate e, ovviamente, in tutto questo periodo ho continuato a studiare e formarmi come attore. La svolta è arrivata agli inizi del 2019 quando sono stato contattato per la pubblicità di Trenitalia, diretta dal grande Ferzan Özpeteck. Dopo quell’esperienza sono stato chiamato per fare una parte ne “La dea fortuna”. Lì tutte queste belle sensazioni sono state amplificate perché ti trovi su un set super professionale con grandi attori e subentra anche un po’ la paura di non essere all’altezza. Per fortuna, però, ho avuto a che fare con persone fantastiche. I professionisti con cui ho lavorato  mi hanno subito messo a mio agio, facendomi sentire parte di una grande famiglia.

Non dimenticherò mai il momento in cui Stefano Accorsi venne da me per complimentarsi della scena. Fu una grande soddisfazione.

Poi sono stato scelto per partecipare al film 365 days, basato su un best seller polacco e realizzato per Netflix. Lì ho avuto la fortuna di avere un viso adatto al ruolo che serviva, e cioè quello di un mafioso. È stata anche questa una esperienza molto formativa.

Tutte queste belle esperienze ti fanno pensare che, nonostante tutto, ne è valsa la pena.

  • Com’è nata, in te, l’idea del mental coaching? Puoi dirci qualcosa di più su questa figura professionale?

Ho iniziato con un percorso di un anno, fatto a Milano, sul mental coaching. Fin da bambino ho avuto la passione per la psicologia, gli esseri umani, quindi l’idea mi ha sempre affascinato.

Mi sono formato con Claudio Belotti e il percorso che ho affrontato è stato prima di tutto per me stesso e su me stesso. Sono cresciuto tantissimo, ho iniziato a credere di più in me.

Poi ho aperto la mia società di coaching e seguo diversi clienti, quindi sono passato in qualche modo dall’altra parte.

Il coaching si divide in tre categorie: c’è lo sport, il business e poi il life.

Con lo sport segui degli sportiv, il business, invece, si applica all’ambito aziendale o professionale. Con il life ti relazioni con qualsiasi persona che può avere un problema o non ha autostima e vuole migliorare.

La differenza tra il coaching e lo psicologo è che il secondo (oltre a lavorare con patologie che il mental coach non può trattare) scava nel passato, mentre il primo si basa sul presente per migliorare il futuro.

  • Cosa pensi della situazione del cinema italiano oggi? Molti ritengono sia molto indietro rispetto al panorama internazionale. Sei d’accordo?

Penso che sia un problema di come viene vissuta l’arte in Italia. Nessuno investe sull’arte e c’è sempre quell’idea che, quasi, fare il musicista, il cantante, l’attore, lo scrittore o quant’altro non sia un vero e proprio lavoro.

In America, invece, investono tantissimo sui talenti, tanto che fin da bambini si impara a recitare, cantare, ballare ecc.

Finché non cambierà questa concezione saremo sempre indietro. Eppure noi, in passato, siamo stati maestri del cinema e I nostril film hanno ispirato gli americani (basti pensare al grande Federico Fellini che viene spesso citato da registi americani come punto di riferimento per quest’arte).

Bisogna investire di più sui talenti e sull’arte.

  • C’è un ruolo che hai interpretato che ti è rimasto nel cuore?

Più che un ruolo, mi è rimasto nel cuore uno spettacolo che feci nel 2014 che mi ha cambiato profondamente.  Lo spettacolo si chiamava “Il caso Emanuele Sceri” e raccontava la storia, realmente accaduta, di questo militare paracadutista che nel 1999 è morto in una caserma a Pisa. La versione ufficiale era che il ragazzo era morto dopo essere scivolato mentre si arrampicava su delle scale. In realtà c’è sempre stata l’ipotesi che fosse stato ucciso.

Lo spettacolo, per cui ricevemmo i complimenti dall’ex ministro Roberta Pinotti, servì per riaprire il caso di Emanuele Sceri.

Questa è stata una grandissima soddisfazione. Sapere che grazie a uno spettacolo a cui hai preso parte, forse, un ragazzo ucciso ingiustamente otterrà giustizia, è una cosa bellissima.

  • Cosa auguri a te stesso e a tutte le persone che fanno il tuo stesso mestiere, dopo questa orribile situazione che stiamo vivendo?

Quello che auguro a tutti è di non mollare mai, di risalire sempre nonostante le difficoltà della vita, anche se la situazione sembra senza via d’uscita. L’uscita, prima o poi, la si trova.

Inoltre, visti i pochi aiuti che stanno ricevendo il mondo del teatro e del cinema, bisogna trovare la forza di dire: “Io voglio che questo mondo vada ancora avanti. Voglio far parte di questa rinascita”. Tutti noi, dal più piccolo al più grande, possiamo tenere viva quest’arte meravigliosa. Sarà bello, tra dieci anni, ripensare a questi momenti e sapere di aver contribuito alla ricostruzione e alla rinascita.

Grazie per essere stato tra le pagine del nostro Magazine



Categorie:Cinema, interviste, Senza categoria

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