La semantica dell’autismo

Non mi piace la parola AUTISMO. La trovo restrittiva, limitativa. Anche se concedo allo psichiatra americano Kanner l’aver creato, nel 1943, un più che dovuto spartiacque con i ritardati mentali, vittime anch’essi di persecuzioni e maltrattamenti. Preferisco il termine NEURODIVERSITÀ, così come è stato definito nel 2011, durante il primo simposio internazionale presso la Syracuse University di New York.

L’autismo non ha una sola declinazione, ma possiede diverse sfumature che non possono essere racchiuse in tre parole: Disturbo dello Spettro Autistico. L’autismo è innnanzitutto una condizione e non una malattia, non è un hadicap inteso come «limitazione delle capacità» ma è condizionante per la famiglia che se ne fa carico. L’autismo è non è soltanto «Blu» quella tonalità enigmatica, che risveglia il desiderio di conoscenza e sicurezza. Non è nemmeno quel puzzle a colori, ma con un pezzo mancante, che implica come le persone con autismo siano carenti nel loro funzionamento incluso quello cerebrale, in pratica, un fallimento.

La neurodiversità è un termine più vasto, più esteso e designa sia la variabilità neurologica della specie umana, sia i movimenti sociali che si battono per far  riconoscere e accettare questa differenza. La neurodiversità è rappresentata dal simbolo dell’infinito come espressione positiva dell’intelligenza in tutte le sue forme, diversificate e continue. Una linea senza interruzioni o mancanze, ma solo quell’unità della forma che si esprime attraverso tutti i colori dell’arcobaleno. La neurodiversità rappresenta un’opportunità per le nostre società normative che lasciano ancora troppo poco spazio alla differenza. Le persone con  neurodiversità  sono più inclini a comprendere e sviluppare la robotica e l’intelligenza artificiale; non a caso una società come Microsoft le sta reclutando per le sue ricerche.

La neurodiversità ci obbliga a intrapprendere questo percorso: accettare, comprendere, essere consapevoli, sostenere, rispettare, credere, difendere, amare e dedicarsi a chi ha bisogno.

Perché in Italia il servizio sanitario pubblico garantisce sì le cure necessarie ma al compimento delle maggiore età le persone con autismo «non esistono più», in pratica guariscono giuridicamente, aggravando il già periglioso percorso delle famiglie, costellato di preoccupazioni, domande e dubbi. Non ultimo il «dopo di noi».

In questa analisi semantica dell’autismo, scelgo la parola «neurodiversità» come Temple Grandin, perché mi ricorda quello di biodiversità, questa varietà di funzionamento neurologico nell’uomo, nelle sue diverse forme, essenziale nella società. Una variabilità biologica, alternativa, che rende l’Uomo un individuo, ineguagliabile nella sua unicità.

Articolo a cura di Gabriella Incisa di Camerana



Categorie:La FORZA, Sociale

Tag:, ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: