Donne amiche-nemiche

Il peggior nemico delle donne? Le donne stesse.

Si proprio loro, perché se da un lato gli uomini sono uniti stile hooligan, gli adepti della tifoseria più accesa, come un corpo dei marines addestrato alla Full Metal Jacker o tipo i membri di una consorteria segreta, le donne si comportano, invece, come un volo di quaglie disperso da un pointer o da un setter inglese nella bruma del mattino, durante una battuta di caccia. Si sparpagliano in modo disordinato e, come il piccolo galliforme selvatico, sono adatte all’istruzione e al completamento dei cuccioli, fungendo da palestra di allenamento ormai per i cani già esperti alla caccia. Le quaglie, che tendenzialmente volano basse, si cacciano con il cane da ferma, che rispetta la correttezza al frullo, azione in cui, dopo aver fermato la preda, in conseguenza dell’involo della stessa, rimane immobile nella sua posizione, consentendo al cacciatore di poter colpire.

L’uomo, ovvero l’omuncolo che ragiona con le parti basse del corpo, si comporta esattamente nello stesso modo. L’arte venatoria nell’alcova è un intreccio sinuoso di pulsioni che affondano le loro radici all’epoca in cui gli ominidi, scesi dalle piante, si organizzavano in battute di caccia al mammuth mentre le donne accudivano il fuoco che divenne, in seguito, sacro nei templi.

Donne che non lottano insieme, per un comune obbiettivo, ma ciascuna in solitaria per lo status di favorita. Donne che subiscono in Cina e in India, due Paesi dalle politiche «eugenetiche» gli aborti selettivi e l’infanticidio delle neonate.

La locuzione di Plauto ripresa in seguito:«Homo homini lupus est» è una frase latina che significa «l’uomo è un lupo per l’uomo» riferendosi all’essere una grande somma di aggressività, come disse Freud,  ma che in realtà non si mangiano tra loro.

Cosa che non fanno le donne, sin dal tempo del gineceo greco, dove passavano dalla tutela del padre a quella del marito. O nell’harem, che è quella parte  della casa islamica destinata alle donne e ai bambini, letteralmente un luogo inviolabile, proibito, da cui le donne non potevano uscire se non accompagnate da un maschio della famiglia. Un posto, in realtà, pieno di invidie, gelosie e rivalità che, nei meandri dei palazzi, fu tra le cause della decadenza e della fine dell’Impero ottomano, per le intricate congiure orchestrate dai membri dell’harem, dalle schiave alle validé, soprattutto nel periodo detto del «sultanato delle donne».

Questo luogo, favoleggiato dai racconti dei viaggiatori in terre lontane e promosso nel suo lato ossessivamente sensuale dai pittori orientalisti dell’800, è il sogno recondito, e non troppo segreto, di molti uomini che, in fondo, lo mettono in pratica coltivando, a latere della relazione coniugale, diverse sottoforme di storie parallele, solitamente intrise di passione a breve scadenza.

Qualora gli intrighi si consumino tra maggiorenni consenzienti, in fondo, è parzialmente accettabile, fermo restando che viene meno il rispetto del partner e delle promesse giurate di fedeltà e amore, che di eterno ha solo il nome ma non le qualità. La questione si fa più complessa laddove, invece, l’età sfiora l’adolescenza o l’assenso viene estorto con la forza, l’inganno, la pressione psicologica e il ricatto di chi occupa posizioni di prestigio e di potere.

Potere che non è solo quello di una poltrona professionale o politica ma che, più semplicemente, può essere il divano di casa, dove la donna subisce la pressione di chi ha un’indipendenza economica e la fa pesare a chi non è mai uscita, di fatto, dal ruolo assegnatole nelle caverne.

Perché la violenza, l’abuso, si consuma molte volte tra le mura domestiche. Ed è sopruso non solo quello sessuale ma anche quello psicologico, che impedisce alla donna di affrancarsi per non stare un passo indietro, per non essere solo un utensile necessario alla continuità della specie.

 

Articolo a cura di Gabriella Incisa di Camerana

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