Lina Ben Mhenni: l’eredità di un’indimenticabile militante

 

Prima  che le testate di tutto il mondo battessero la notizia,  la scomparsa di Lina Ben Mhenni, a soli 36 anni, è rimbalzata subito, qui in Tunisia,  nei post degli amici sui social e nelle brevi telefonate coperte da un silenzio assordante di dolore e incredulità.

Giornalista, paladina del diritto alla libera espressione e attivista dei diritti umani, con il suo blog «A Tunisian Girl /بنيّة تونسية»  era diventata  improvvisamente famosa a partire da quel 17 dicembre 2010, giorno in cui Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protesta, contro le condizioni economiche della Tunisia.

Lina «la voce della rivolta tunisina» aveva reso pubblico quello che stava realmente accadendo, recandosi sul posto, intervistando, fotografando una nazione in fermento, analizzando criticamente un cambiamento in atto nel mondo arabo in quella che fu definita la «Rivoluzione dei Gelsomini». La sua storia di militante, prima e dopo la rivoluzione, divenne anche un libro presso un editore indipendente.

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Contrariamente alla tradizione locale che vede le donne assenti nei funerali, sono state proprio le sue amiche in lacrime a sorreggerne la bara fino alla dimora eterna, in un coro di youyou, quelle lunghe grida femminili, acute e modulate, che accompagnano i matrimoni, le circoncisioni e celebrano le festività meghrebine in genere. Molte sono state le donne avvolte nella bandiera tunisina a renderle omaggio nel corteo che, dal suo domicilio, si è diretto mestamente al cimitero dove, per precisa volontà del Presidente in carica, le sono stati concessi i funerali nazionali. I presenti hanno continuato a scandire gli slogan par la lotta all’uguaglianza, ai principi e ai valori democratici e l’inno nazionale, che è stato intonato, ha iscritto di fatto Lina Ben Mhenni tra gli eroi della Tunisia.

Lei che aveva raccontato, senza pudori, delle botte dei poliziotti che «sapevano bene dove colpire» quei suoi reni malati a seguito di una sindrome autoimmune, che aveva quasi taciuto la sofferenza del corpo ma che aveva reso pubblica quell’anima perennemente in fermento, mossa da un senso di giustizia sociale pari solo all’amore per quella sua Patria così complessa e talvolta incomprensibile.

 

Alla vigilia del capodanno 2011, in un Paese in cerca di sé stesso, scrisse: «Continuiamo a lottare per fare le cose. Cominciamo da noi stessi. Facciamo autocritica. Smettiamo di sprofondare nella corruzione, cambiamo le nostre azioni quotidiane: cominciando col rispettare i semafori rossi, costruire case non autorizzate approfittando del vuoto amministrativo, gettare i bidoni della spazzatura ovunque, sputare in strada. Cominciamo a leggere, coltivando noi stessi, andiamo al cinema, a teatro. Proviamo a portare cultura a persone che non possono permettersi di cercare cultura. Facciamo pressione sugli incantatori di serpenti e rimaniamo vigili, in modo che le persone che pensano di rappresentarci non confischino la nostra rivoluzione, che è ancora in corso. Combattiamo per preservare le nostre libertà individuali e per acquisire nuove libertà e diritti. Il piagnucolio non ci porterà da nessuna parte. Fermiamo questa corsa verso il basso e spostiamoci lentamente verso la gloria».

 

Lina Ben Mhenni, anche dopo la Primavera Araba, ha continuato a denunciare corruzione e soprusi e a opporsi al fondamentalismo islamico, al punto da dover vivere sotto scorta per le minacce di morte ricevute.

Candidata al Premio Nobel per la Pace, ultimamente aveva aderito con entusiasmo al movimento tunisino #EnaZeda, traduzione letterale di Anch’io, la versione tunisina del fenomeno mondiale #Metoo a difesa di tutte le donne molestate.

Il suo ultimo post, prima di morire, è una riflessione amara, un chiaro e critico messaggio per tutti noi che dobbiamo portare avanti la bandiera delle libertà individuali, nel rispetto della diversità e dei valori democratici : «Siamo un popolo che non impara dal proprio passato e non memorizza le lezioni della storia, come se fossimo persone di mentalità limitata, o lasciami dire senza memoria […] I partiti rivoluzionari non dettano le loro ideologie con la violenza e i legami di protezione della rivoluzione e della falsificazione della storia e non tentano d’imporre le loro restrizioni alle libertà pubbliche e private>>.

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Categorie:Donna, NEWS

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