Mafalda di Savoia

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.
(Primo Levi, Se questo è un uomo)

Ogni anno si ripete. Ogni anno torna, per ricordarci che noi uomini, possiamo essere peggiri delle bestie. Come sosteneva Primo Levi, conoscere è necessario per far sì che non accada ancora, per evitare che la mente umana venga sedotta ancora una volta. Non dimentichiamoci che nascosto dal filo spinato, c’era un mondo, non quello che veniva mostrato attraverso brevi campagne in cui c’erano bambini felici che giocavano, moglie sorridenti e mariti che lavoravano. Dietro quei cancelli milioni di persone venivano umiliate, spogliate dei propri diritti per finire ad essere soltanto un numero. Gli uomini vivevano separati dalle donne, a cui a loro volta venivano strappati i figli. Nessuno era al sicuro, neanche chi, credeva di esserlo.

Mafalda di Savoia nacque nel 1902, era la secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro. Nel 1925 sposò Filippo d’Assia, principe tedesco della casa d’Assia-Kassel. Per l’occasione la famiglia regalò ai due sposi una villa a Roma, chiamata successivamente da Mafalda, Villa Polissena. Filippo dal 1930, si mise al servizio del partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Mentre la moglie viveva in Italia, crescendo i quattro figli, il marito divenne una delle figure di maggior spicco nei rapporti fra Germania e Italia, fra Hitler e Mussolini. Nel 1943, il marito della sorella, Boris III di Bulgaria, si ammalò gravemente, Mafalda, per dare supporto alla sorella partì, quando ormai per l’uomo non c’era altro da fare. Si sospetta che Boris, sia stato avvelenato proprio dai tedeschi di seguito ad un colloquio con Adolf Hitler. L’armistizio di Cassibile con il blocco alleato fu firmato il 3 settembre 1943 e reso pubblico l’8 settembre dagli statunitensi, nonostante da parte italiana si volesse posticipare al 12.

Il maggiore dei figli di Mafalda stava seguendo il padre nel suo lavoro, mentre i figli più piccoli erano stati portati in Vaticano. Quando Mafalda partì per rientrare in Italia, non era a conoscenza che il marito era già stato arrestato dai tedeschi con l’accusa di aver preso parte a una congiura. Dopo un lungo viaggio, riuscì a rientrare in Italia e si recò a Roma per riabbracciare i suoi figli, che vide per l’ultima volta quella stessa sera del 21 settembre. Il giorno successivo, in seguito ad una telefonata in cui le chiedevano di recarsi in ambasciata per poter parlare con il marito, Mafalda venne arrestata. I tedeschi sospettavano accordi fra il governo italiano e gli alleati e, una volta partita da Roma, avevano subito studiato l’operazione Abeba. Venne fatta salire su un aereo per Berlino e dopo alcune settimane di prigionia venne condotta a Buchenwald e registrata con il nome anonimo di Frau von Weber. Gli venne negato di rivelare chi era, ma la voce sulla sua identità si sparse velocemente. Venne sistemata in una delle baracche speciali per i prigionieri politici, lì incontrò 5 prigionieri italiani che la riconobbero e a loro Mafalda donò cibo e sigarette. Nel 24 agosto del 1944 i bombardamenti colpirono Weimar e Buchenwald; Mafalda rimase ferita ad un braccio, un taglio profondo ma non così grave da costarle la vita. Di seguito alla cancrena del braccio, si decise per l’operazione, quella che le costò la vita. I chirurghi impiegarono, volutamente troppo tempo e la principessa perse troppo sangue.

Il suo corpo già debilitato non resse e il 29 mattina fu trovata morta. Padre Tyl, il sacerdote che aveva il compito di benedire le salme, riconobbe il corpo della principessa italiana e chiese e ottenne la possibilità di seppellirla, memorizzando il numero del suo tumulo. L’11 aprile del 1945, il campo fu liberato, riuscirono a trovare la tomba di Mafalda. Gli italiani lavorarono per l’esercito, affinché venisse pagata una croce e una lapide. Solo nel 1951 fu concesso a Filippo d’Assia di riportare il corpo della moglie a Cronburg, nel castello di famiglia. La piccola lapide e la croce di legno apposta dagli italiani a Bunchenwald, adorna ancora la sua lapide.

Elisa C.