C’era chi sapeva e stava in silenzio

C’era chi sapeva e stava in silenzio. Questo è il pensiero che mi sfiora in questo giorno della Memoria. Sono passati 75 anni da quel lontano 27 gennaio 1945 e viene da dire: “così tanti?” oppure “solo 75 anni?”. Ma il dolore e la sofferenza per questo esecrabile atto rimarranno indelebili, anche quando saranno passati secoli.

Le fotografie, i filmati, i libri e le testimonianze scorrono nel web, in televisione e sui social, ma effettivamente comprendiamo l’orrore di quelle azioni? Ogni fotogramma è un colpo al cuore e il pensiero che fu la mano umana a perpetrarli è insopportabile. Non bisogna andare lontano per comprendere, basta fare un viaggio a Trieste e visitare la Risiera di San Sabba. Entrare in rigoroso silenzio e ascoltare quello che quelle mura raccontano.

Nel giorno della Memoria dobbiamo ricordare tutte quelle donne, quegli uomini e quei bambini che morirono senza sapere il motivo, senza comprendere perché l’odio era superiore alla compassione, all’uguaglianza e all’amore.

C’erano distinzioni. Non possiamo affermare il contrario, perché in quei campi di concentramento morirono: ebrei, zingari, omosessuali, comunisti, diversamente abili, soldati e anche tedeschi. Ebbene sì, la prima epurazione nazista fu perpetrata verso il suo stesso popolo.

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Bisogna guardare al futuro, ma senza dimenticare il passato. Perché la storia insegna e noi abbiamo l’obbligo di studiarla e ascoltarla, come abbiamo il dovere di non soffocare il nostro intelletto e la nostra coscienza. Nulla deve ledere la dignità e la vita umana.

Oggi viene spontaneo citare Primo Levi, ma io voglio andare contro corrente e mi affido alle parole della grande filosofa ebrea Hannah Arendt, per cercare di capire come dei banali uomini riuscirono a cambiare, in peggio, il mondo.

“È stato Peguy a definire il padre di famiglia il grande avventuriero del XX sec. ma è morto troppo presto per rendersi conto che era anche il grande criminale del secolo […] non ci siamo accorti che il devoto pater familias, interessato solo alla sua sicurezza si era trasformato, sotto la pressione delle caotiche condizioni economiche del tempo, in un avventuriero involontario che non poteva essere certo di cosa il futuro gli riservasse; la docilità di questo essere umano era palese nel periodo della Gleichschaltung nazista […] un uomo simile era pronto a sacrificare il suo onore, la sua dignità umana. C’era bisogno solo del genio luciferino di Himmler per capire che dopo una simile degradazione, un uomo del genere era disposto a fare letteralmente qualsiasi cosa di fronte al pericolo e alla minaccia all’esistenza stessa della sua famiglia, con la consapevolezza di essere esentato dalla responsabilità dei propri atti, in questo modo il tedesco medio […] si è messo docilmente al servizio della macchina di distruzione. […] l’organizzazione totale di Himmler non si affidava ai fanatici, agli assassini nati, ai sadici  ma faceva invece affidamento sui normali lavoratori e sui padri di famiglia” (cit. Arendt)

 

Articolo di Stefania P. Nosnan



Categorie:Per dire BASTA, Sapere

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