Ai miracoli basta crederci…

«Sei arrivato una notte di tempesta, in anticipo di due mesi. Era il 17 gennaio e faceva molto freddo. Assomigliavi a Bambi: avevi il suo stesso colore ed eri tutto zampe! Uno scricciolo minuscolo che mi intenerì, facendomi innamorare subito. Mi venne in mente la scena del film di Disney in cui il cerbiatto era sul lago ghiacciato assieme all’amico Tippete: le gambe di Bambi erano troppo lunghe da gestire e lui si ritrovava sempre a terra, suscitando le risa del coniglietto.Così eri tu quando ti vidi nel box, un cavallino dalle zampe spropositate! Quell’anno i nomi dei puledri dovevano iniziare con la lettera “D” e ti chiamai Driss»

 Comincia così «La strana luce di Driss», uno dei dieci racconti che costituiscono il libro  «Sembrava un cavallo ma era un cielo stellato» frutto della penna di Paola Iotti, scrittrice emiliana, che ho riletto recentemente.

Mi sono accorta solo adesso, dopo ben otto anni, che la data della nascita di questo puledro, discendente di quei cavalli che attraversarono le Alpi con Annibale, coincide con la festività dedicata a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali domestici.

In questo giorno, tradizionalmente, la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo. Leggenda vuole che, con l’aiuto di un leone, l’abate Antonio da Qumans riuscì a dare sepoltura, nel deserto della Tebaide, all’eremita San Paolo. Poi, i seguaci della sua regola presero a tenere nei loro monasteri dei maiali, simbolo del Male, addomesticati e liberi di girellare, con tanto di collare e campanella al collo.

La storia di questo puledro, nato appunto il 17 gennaio, è unica nel suo genere perché, colpito con un poderoso calcio dalla propria madre, si fratturò il bacino a soli quattro giorni dalla nascita. La diagnosi infausta del veterinario lasciò solo la probabilità del 3% di farcela, di riuscire a rimetterlo in piedi.

In quel lungo viaggio, su un camion che aveva i vetri rotti, avvolti entrambi nella stessa coperta, appartenuta ad un mio vecchio cavallo da concorso in Italia, attraversai mezza Tunisia.  Con te, tra le mie braccia, in un Paese dal destino segnato dalla recente rivoluzione dei Gelsomini.

Mi vengono in mente le tappe lungo la strada per riempire delle bottiglie d’acqua calda per scaldarci un poco. La radiografia alla clinica veterinaria e quegli 11 centimetri di una frattura che lasciava ben poche speranze. Ma dissi di no all’eutanasia e ti riportai a casa, pregando di potercela fare.

Ricordo ancora i tuoi primi biberon, fatti con il latte in polvere per la prima infanzia. I tuoi occhioni grandi, aperti su di me mentre ti coccolavo a voce bassa, cercando di imitare i vocalizzi di una giumenta quando allatta. Quei lunghi giorni e le notti interminabili passate a dormire nel box, con te sulla paglia e a farti da mamma.

Io non so se anche in Tunisia è stata efficace la lunga mano di questo santo venerato dal mondo contadino, un mondo che, purtroppo, sta scomparendo insieme a molte altre cose della mia infanzia. So solo che l’alone di luce che vidi quella notte è rimasto impresso nella mia memoria perché l’indomani la tua criniera da rossa era diventata bianca, e tu eri miracolosamente in piedi. Rileggo con le lacrime agli occhi: «La tua mamma si chiama Kenza, che in arabo significa tesoro: al suo cospetto sentenziai drasticamente che il nome non era adatto a lei, ma sbagliavo. Il tesoro lo portava dentro, ed eri tu!».

Grazie a te, piccolo pony delle montagne tunisine, ho potuto anch’io sentirmi per una volta mamma e capire che la maternità si declina sotto infinite forme d’Amore.

Articolo di Gabriella Incisa di Camerana



Categorie:Donna, NoiDonne

4 replies

  1. Che bello!!! Un piacere leggere questo articolo, e aggiungo che Paola Iotti ho avuto la fortuna di leggerla anch’io, bravissima!

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  2. Meraviglioso e voglio comperare e leggere il libro

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  3. Stupendoooo

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