QUARANT’ANNI FA, IERI

Il 2020 è appena iniziato. Un numero doppio che in numerologia significa pragmatismo, sicurezza, concentrazione e metodo. Un accoppiamento di cifre che mi lascia stupefatta, come quando guardo l’orologio digitale e vedo i Numeri Maestri.

Questa coincidenza vibrazionale mi fa venire in mente gli anni ‘80, un decennio che è tornato di moda, con le sue paillettes, gli strass, il lurex, le spalline e i colletti esagerati, i pantaloni a vita troppo alta, le canotte e tanto oro.

 

Quarant’anni cominciati ieri, proprio il giorno dell’Epifania, con l’omicidio mafioso di Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia, che  aveva preso le distanze dagli interessi della criminalità organizzata.

 

Un 1980 che segna l’inizio delle trasmissioni di Canale 5. Tenendo in mano quel vinile a 45 giri dei Buggles,  mi ritrovo a canticchiare «Video killed the radio star / Pictures came and broke your heart» e rifletto sull’effetto disumanizzante della tecnologia sulla società e su un’era musicale, dominata precedentemente dalla radio e atterrata nel luccicante mondo della televisione. Un brano con sintetizzatori e drum machine, strumenti che divennero fondamentali per la musica di quegli anni, dominati dalla disco music.

Il CD non era stato ancora commercializzato e si ascoltava a tutto volume My Shorona, Upside down e Another Brick in the Wall grazie alle cassette nell’autoradio, con in tasca i gettoni telefonici per chiamare gli amici.

Penso a una quattordicenne Brooke Shields nel paradiso di origine vulcanica della Yasawa Islands, la «Laguna Blu» dell’arcipelago Fiji, ma anche a «Toro Scatenato», il capolavoro di Martin Scorsese e a quel Jake LaMotta interpretato da Rober De Niro o a «Shining» con un mefistofelico e impagabile Jack Nicholson.

Contemporaneamente nelle sale, ricordo il primo film di Robert Redford alla regia, «Gente Comune», sul disturbo post-traumatico da stress e i sintomi della sindrome del sopravvissuto, che l’anno successivo fece incetta di premi, a cominciare dalle quattro statuine degli Oscar. Complice anche l’indimenticabile colonna sonora basata sul Canone di Pachelbel, una composizione musicale barocca.

Mentre i sogni, le lezioni, la vita quotidiana di un gruppo di studenti della prestigiosa New York School of the Performing Arts rimbalzavano sulle note di «Fame» e i «Blues Brothers», in missione per conto di Dio, entravano nella leggenda.

 

Il 1980 fu anche il primo di una triade fortunata di Festival di Sanremo, che giaceva moribondo. Dal bacio scandaloso di Benigni alla Carlisi passando per un giovane presentatore ventottenne, Claudio Cecchetto, fortemente voluto da Gianni Ravera, lo storico patron organizzatore dell’edizione canora. Era l’epoca della nascita delle reti private e la Rai doveva svegliarsi, così chiamarono quel DJ, conosciuto in seguito per essere stato il talent scout di numerosi artisti musicali e televisivi, che doveva  presentare  i cantanti velocemente, senza tante manfrine. Fu l’ultima edizione dell’unica serata, il sabato, in onda in tv con il giovedì e il venerdì, in radio fino alle 23. Arrivarono in finale anche i Decibel con la voce di uno sconosciuto e biondissimo Enrico Ruggeri, con cui assistetti, in prima fila, al concerto milanese dell’iguana Iggy Pop.

 

Un anno di sex symbol come Brian Ferry, Don Johnson e Richard Gere, dai copiatissimi look e l’innovativa T-Shirt sotto la giacca.

La scena inizale di American Gigolò racchiude tutti quei luoghi comuni, quegli oscuri oggetti del desiderio dell’epoca «diventa il simbolo e il modello di un edonismo spietato, raffinato ed elegante che mette in luce i presunti valori degli eighties: bellezza, sesso e denaro» con  la voce sensuale di Blondie che, cantando Call Me, ne evidenzia tutta la solitudine.

La scena con il dito di Julian che raccoglie la cocaina rimasta su uno specchio per poi sfregarsela sui denti, buttando sul letto i griffatissimi outfit, anticipa la realtà di quella Milano-da-bere che si estenderà, in seguito, ovunque anche nelle piccole cittadine di provincia.

 

Mentre la modella americana Gia Carangi segna lo spartiacque tra l’indossatrice e la top model. Presente su tutte le copertine delle più importanti testate di moda, di lei il grande fotografo Francesco Scavullo scriverà nel suo libro Women : «fotografare lei è come fotografare un flusso di coscienza» uno spirito ribelle travolto dalla tossicodipendenza. Il 1980 è anche l’anno in cui viene pubblicato «Il nome della rosa» di Umberto Eco, un libro difficile e popolare, la cui citazione latina racchiude l’intrinseco significato che « le cose non esistono più e rimangono solo le parole».

Articolo a cura di Gabriella Incisa di Camerana

Un commento

  1. Molto colpito dalla storia di Gia Carangi, l’ennesima conferma di quanto la società sia in debito con i bambini abbandonati.
    Eco esce con il primo dei suoi romanzi postmoderni, in cui la citazione è ingrediente più importante e complesso degli altri.

    "Mi piace"

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