Assenze di Natale

Il Natale, a una certa età, diventa una ghirlanda di ricordi, più o meno luminosi. La mente li riavvolge come un nastro che s’imbobina su immagini vivide e a volte sfocate. Su scoppi di risa infantili, luci intermittenti che si riflettono nei mille decori natalizi, fragili e brillanti, e in quel crogiolo di presenze-assenze che restano lì, come un pacco sotto l’albero in attesa di essere aperto.

Perché non sempre si ha la voglia e la forza di sciogliere il nodo del fiocco che li trattiene.

Non sempre i ricordi sanno di gioia e felicità.

C’è un tempo in cui quelli dolorosi si fanno grevi e numerosi. È il tempo in cui conti chi c’era e chi non c’è più, chi ti teneva la mano per attraversare la strada e in braccio per ascoltare quelle favole che finiscono sempre con «e vissero felici e contenti».

Pensi con un nodo stretto in gola a quegli amici che invece la strada l’hanno attraversata da soli e senza guardare, lasciando un vuoto incolmabile nel vicino banco di scuola. Ci sono anche quelli che avrebbero voluto restare ma che nonostante la voglia di aggrapparsi alla vita, come un’edera rampicante, sono stati spazzati via dal vento impietoso di un destino malato che ancora non comprendi e non ti rassegni ad accettare.

E poi tutti quelli che ancora rimangono, punti sparsi in continenti lontani, una distanza chilometrica che non si risolve con nessuna equazione. Perché anche la tecnologia non sostituisce il calore di un abbraccio o di una carezza.

Sono assenze che pesano. Che rendono ingombranti questi momenti che si vorrebbero di letizia e di pace, per tutti gli uomini di buona volontà.

Perché come ha detto la scrittrice e giornalista Concita De Gregorio: «L’assenza è una più acuta presenza. Vale per la voce, per l’udito. Vale per le persone che c’erano e non ci sono più. Vale per noi che non smettiamo un momento di cercare ciò che non c’è. Di desiderare quello che manca».

 

Articolo a cura di Gabriella Incisa di Camerana

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