Turisti senz’anima, un giorno da prostituta.

Mi trovavo felicemente in vacanza ed un pomeriggio, o forse una mattina (il jet lag mi tormentava e i meravigliosi cocktail a base di Brugal non rendevano la situazione più facile), ero a fare il bagno in una fantastica spiaggia caraibica a Santo Domingo, in amabile conversazione (della mia amica perché io non socializzo), con un ragazzo dominicano di età indefinibile.
Più osservavo questo ragazzo, più per mia deformazione professionale (all’epoca lavoravo all’ASL), gli assegnavo mentalmente esenzioni per patologia. Sarò esagerata ma lui non pareva certo il ritratto della salute.
Ad ogni modo il tizio mi tende la mano presentandosi con un nome da cartone animato, che io ripeto ridacchiando, mentre la mia amica terrorizzata, mi sussurra all’orecchio: “taci che questo ci fa fuori”.
Già perché pare fossimo capitate nella spiaggia più frequentata dai turisti in cerca di sesso a pagamento, e stessimo intrattenendo conversazione con il protettore delle prostitute. Il quale, apparentemente gentilissimo, riempiva la mia amica di domande su come si vive in Italia. Io presi l’occasione al volo per chiudermi in un risoluto mutismo ed iniziai ad osservare la scena che si profilava intorno a me.
“Las chicas” come le chiamava il protettore, sono ragazze, in genere molto belle e di sicuro minorenni. Che stazionano indossando bikini ridotti e fluorescenti, un po’ sulle sdraio, un po’ sul bagno asciuga.
Nel frattempo clienti di ogni età e nazionalità si avvicinano, entrano nell’acqua accompagnati dalla ragazza prescelta e prendono accordi con il nostro simpatico protettore.
Molti di questi sono anziani americani, per lo più settantenni, altri invece sono indiani e poi ci sono alcuni russi.
Il turismo sessuale non fa distinzione di razze, apparentemente. Anche se “las chicas” del nostro amico sono dominicane e quindi più costose. Le prostitute economiche sono le haitiane, scappate dal terremoto, disperate e di pelle più scura.
Qualche fila più in là alcune signore americane che mi ricordano la Sally Spectra di Beautiful, riposano sulle sdraio accompagnate da bellissimi ventenni autoctoni. Il protettore ci spiega che quei ragazzi, per riuscire ad andare con donne dell’età delle loro nonne usano vari tipi di droghe, e così pure “las chicas” . Aspettativa di vita? Trent’anni. Se vita si può chiamare.
La spiaggia era piena e il nostro amico super impegnato nel suo sicuramente redditizio business, anche se penso che dietro a questi “affari” ci siano i signori della droga e un qualche tipo di mafia, perciò a lui rimarranno pochi pesos e le malattie veneree.
Lo spettacolo di queste ragazzine con gli anziani americani è agghiacciante. Mi sentivo nauseata e, avendone abbastanza delle osservazioni sociologiche, faccio per uscire dall’acqua quando un indiano si avvicina con fare circospetto, accompagnato da una “chica”, chiedendo di ME al protettore.
Il nostro amico ride, mi si avvicina e risponde all’indiano: “she is my italian friend she’s not for f***, go f*** in the water!” (con la chica s’intende).
Avevo ventinove anni, un fidanzato, una carriera e una vita. Essere scambiata per una prostituta ed adescare un turista indiano non era certo nei miei programmi. Perciò mi feci un’amara risata e la cosa finì lì.
Questo però fa capire come, non importa chi sei, da dove vieni o quali siano i tuoi sentimenti. Inserita in un determinato contesto sei solo un oggetto e puoi essere presa, pagata e utilizzata.
I turisti sessuali cercano merce, possibilmente del tipo proibito nel paese d’origine. Non hanno sentimenti, né decenza, né vergogna. Sono dei consumatori di un prodotto che si chiama schiavitù.

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