Spazio all’emergente: intervista a Scarlett Douglas Scott

Buongiorno lettori,
per la rubrica SPAZIO ALL’EMERGENTE ho l’onore di ospitare sul nostro magazine Scarlett Douglas Scott autrice di ‘La stagione dei narcisi’ ed altri romanzi davvero interessanti che mi hanno conquistata e come me anche altre lettrici e blogger.

Non indugiamo oltre e passiamo alle domande.

Ciao Scarlett, ben trovata ci racconti un po’ di te? Cosa fai nella
vita oltre a scrivere? Ciao Emanuela, un saluto a tutti i lettori del magazine e grazie
per l’ospitalità. Sono una strana creatura, come direbbe Jane Eyre. Ho una mente
creativa, quindi faccio di tutto. La mia occupazione principale è il settore olistico: pratico discipline meditative e le insegno, tra cui la mindfulness e la cristalloterapia. Non è sempre stato questo il mio lavoro, ma da alcuni anni mi dedico all’autoterapia.
Oltre a questo sto studiando per il diploma di scienze umanistiche, un sogno che riesco finalmente a realizzare dopo anni passati a lavorare.

Quando hai scoperto la tua passione per la scrittura? È stato un lungo processo, non è arrivata subito. La mia prima passione è la musica, ma a causa di un infortunio sul lavoro non mi è stato possibile proseguire con gli studi. La scrittura è stata una conseguenza, un modo diverso per dare forma alla creatività. Ho iniziato a pubblicare verso i trent’anni, trasformando la passione in un lavoro vero e proprio.

I tuoi romanzi vengono pubblicati in self o da case editrici in quale dei due mondi ti senti più a tuo agio? E che differenze fondamentali noti? Mi trovo a mio agio in entrambe le situazioni. Il Self permette molta libertà, questo è vero, ma manca il supporto del marketing che un editore fornisce insieme alla pubblicazione.
La collaborazione con un editore, al mio livello professionale, è prevalentemente un rapporto alla pari. Non si tratta più di essere aiutati a crescere come autore (la mia gavetta l’ho già fatta), ma di lavorare insieme, come in una partnership, per arrivare al
prodotto finito che è il libro da pubblicare, senza ansie da prestazione. Implica naturalmente che vi sia un accordo sul progetto, quindi come autore propongo uno o più soggetti e l’editore sceglie quale pubblicare. È un tipo di collaborazione diversa da quella dell'esordiente che si presenta per il primo scritto, senza esperienza editoriale e senza professionalità. Per quanto riguarda il Self non lo abbandono sicuramente, è il mio angolo di sfogo creativo, dove non devo sottostare a un accordo e mi muovo a mio piacimento, anche se resta più sacrificato perché non ha la stessa visibilità di una pubblicazione con un marchio editoriale.

Cosa ispira la tua scrittura? Tutto! Principalmente prendo ispirazione dalle serie televisive, di ogni genere, dal thriller al period drama. Scrivo di tutto proprio perché ho una formazione avanzata come scrittrice. Leggo poco a causa degli impegni di lavoro, concentro il tempo libero per studiare, e spesso l’ispirazione arriva attraverso un concetto filosofico, un evento storico, la biografia di un personaggio della letteratura o della storia.

Come scegli i nomi dei tuoi protagonisti? Li scelgo in base al periodo storico e al luogo dove vivono. Faccio ricerche sui siti di nomi, spesso suddivisi per etnie o nazionalità.
Mi piacciono i nomi insoliti, spesso adattati alla lingua tradizionale. Rendono i personaggi più realistici e intriganti, distinguendosi dalla massa dei soliti nomi anglosassoni che rendono le storie tutte uguali.

Qual è il tuo autore preferito? Ed il libro? Il mio autore preferito è Alan D. Altieri, autore di thriller apocalittici scomparso due anni fa. Il suo stile mi è stato di grande ispirazione. Di conseguenza, amo in modo particolare la sua trilogia di Magdeburg, ambientata nella Germania del 1600, per l’imponenza del tema trattato e dell’affresco storico che è riuscito a evocare. Mentre invece ‘Cime Tempestose’ è sempre stato il
mio grande amore fin da piccola, un genere completamente diverso, per il clima claustrofobico e spietato che l’autrice è riuscita a costruire.

Che novità hai in serbo per il futuro? Diverse, e tutte di diverso genere. Sto lavorando ai sequel di alcuni dei miei romanzi, da ‘Ospite Inatteso’ a ‘La ragazza del Sundown Blues Cafè’, a ‘La Stagione dei narcisi’. Alcuni dei personaggi secondari sono stati molto apprezzati, quindi ho deciso di dare loro la possibilità di avere una storia personale.
Proseguirà anche la collaborazione con la Literary Romance con un romance di cui al momento non posso rivelare i contenuti, ma che sono certa sarà molto apprezzato dal mio pubblico di lettori. Oltre a questo procedo con la produzione di romanzi per ragazzi e con la collaborazione con alcune scuole medie, con le quali ormai ho un rapporto consolidato.

Parliamo adesso del tuo ultimo romanzo un Regency particolare ed unico.

Com’è nata l’idea di scrivere “La stagione dei narcisi”? Studiando l’italiano! Per motivi di studio sono arrivata a questo periodo storico ed all’approccio filosofico dei letterati di
quell’epoca. Mi piaceva l’idea di raccontare un po’ di Italia e ho cercato finché ho trovato la biografia di Bianca Milesi Mojon, una pittrice molto famosa che fu anche una patriota. Da lei ho tratto l’ispirazione per la trama del romanzo, costruendo il personaggio di Sofia Arisi.

Solitamente i romanzi Regency sono ambientati in Inghilterra. Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo in Italia? È ambientato in Italia solo all’inizio, per la maggior parte del romanzo l’ambientazione è il Galles e infine Londra. La protagonista è italiana, mi piaceva l’idea di raccontare della fuga di notte da Firenze. Il Regency è un’epoca storica che si colloca nei primi anni del 1800, periodo di grande fermento in Europa per il dominio napoleonico e la successiva ripartizione dei domini monarchici, soprattutto in Italia. Non riesco a scindere le epoche in blocchi nazionali, per me è una situazione collettiva in cui gli europei si muovevano per varie motivazioni da uno stato all’altro, quindi è normale pensare agli italiani rivoluzionari fuggiti in Francia e in Inghilterra per sottrarsi alla tirannia Asburgica. Uno dei romanzi che più mi hanno ispirato è ‘L’Ussaro sul tetto’, la storia di un italiano fuggito in Francia per le stesse motivazioni dei miei personaggi Maddalena e Sofia. Mi piaceva l’idea di scrivere di una fuggitiva che viene salvata dal grande amore.

Il rapporto contrastato tra Sofia, la protagonista, e la madre è un punto focale della storia. Ce ne vuoi parlare? Maddalena e Sofia sono due esseri simbionti. Vivono una in funzione dell’altra, in quanto Maddalena ormai avanti con l’età, per educazione famigliare si occupa esclusivamente della formazione psicologica e sociale della figlia, mentre Sofia, di carattere mite e sottomesso, si trova in quell’età in cui si ha bisogno del sostegno della famiglia, ma allo stesso tempo pensa a costruirsene una propria. È Maddalena però a gestire anche questo aspetto, preoccupandosi lei stessa di trovare un fidanzato, per sua figlia, un uomo che si rivelerà essere un rivoluzionario. È di nuovo Maddalena a stringere l’accordo matrimoniale con il Conte Mersey per la figlia. Era consuetudine dell’epoca che fosse la famiglia a gestire tutta la vita delle ragazze, quindi lasciata la casa dei genitori, esse si trovavano sottomesse al marito, senza possibilità di scegliere per se stesse. Sofia però è anche una sognatrice romantica. L’incontro con il primo fidanzato Roberto ha segnato una svolta nella sua esistenza, le ha mostrato come
uscire dalle regole, come pensare con la propria testa. Diventa una silenziosa ribelle, fino al punto di entrare in conflitto con la madre, senza però trovare mai il coraggio di tagliare il cordone ombelicale. Sarà l’incontro con il Barone Brecon a rompere lo schema morboso che lega Sofia a Maddalena e, a trasformarla in una donna sicura di sé e delle proprie aspirazioni. Per le due donne ho preso spunto dalla leggenda di Persefone e
Demetra, l’archetipo della figlia sottomessa alla madre che riesce ad emergere come donna solo quando viene rapita da Ade e ne diventa la consorte.

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La stagione dei Narcisi è un Regency un po’ fuori dai soliti schemi: ha un ritmo incalzante, è pieno di colpi di scena che incollano il lettore alle pagine. Come mai questa scelta? Com’è stata accolta dai lettori? Non amo le storie lente e melense, questo si è capito anche dei miei precedenti scritti. Credo che si possa raccontare una bella storia senza soffermarsi pedissequamente sulle elucubrazioni mentali dei personaggi, trattate da ogni punto di vista. Il Regency è già di per sé un genere lento, in cui i personaggi passano il tempo tra un tè, un ballo e la prova dei vestiti. Credo sia più
realistico raccontare una storia dal “basso”, ossia le difficoltà che una persona doveva affrontare ogni giorno, le gabbie sociali in cui vivevano determinate classi, abbattendo così lo stereotipo del Regency affettato e imbellettato. Apprezzo molto ‘Ragione e
Sentimento’ di Jane Austen, proprio per l’atmosfera drammatica del racconto, la tragedia è sempre in agguato e questo tiene alta l’attenzione. Per queste ragioni ho creato una storia che è a tutti gli effetti un Regecy, dal momento che ne rispetta l’epoca e le caratteristiche di ambientazione, ma i cui personaggi sono vivi, palpitanti di ideali, quindi creano loro stessi i colpi di scena, pilotando la storia fino al suo degno finale.
Dai commenti ricevuti credo che la mia scelta sia stata accolta bene, tanto che mi è stato chiesto uno spin- off. Il romanzo infatti è auto-conclusivo, non sarebbe interessante scrivere un seguito con gli stessi personaggi perché la loro storia si esaurisce con
l’ultimo capitolo.

Ho amato particolarmente la figura di Betrys, sorella del Barone, e non ti nego che mi piacerebbe conoscere un po’; di più della sua vita prima e dopo l’incidente. Ti hanno già fatto questa osservazione? Potresti prendere in considerazione l’idea di scrivere un romanzo dedicato a lei? Ci sto pensando, anche se devo ammettere che questa cosa mi ha colto di sorpresa. Non sei l’unica ad aver apprezzato Betrys, e mi sto chiedendo come mai questo personaggio secondario abbia acceso così tanto l’attenzione dei lettori. Naturalmente sono molto contenta! Si vede che ha mosso corde nascoste nel cuore dei lettori. Sto elaborando una storia solo per lei, ma passerà un po’ di tempo prima di realizzarla perché mi sto dedicando ad altri scritti.

Com’è nato il titolo “La Stagione dei Narcisi”? I titoli nascono nella mia testa per caso! Non saprei nemmeno io da dove sia arrivata l'ispirazione, ma la prima cosa che mi è venuta in mente sono stati i narcisi, soprattutto il colore giallo. Ho fatto alcune ricerche e ho scoperto con mio grande stupore che sono l’emblema nazionale del Galles, e che rappresentano anche l’archetipo di Persefone. Tutto sembrava incastrarsi perfettamente. Avevo in mente un dipinto con dei fiori, quindi i narcisi sono entrati nel dipinto, che ha preso il nome di ‘La Stagione dei Narcisi’, e che ha un doppio significato: i fiori, ma anche la Stagione londinese dei balli e delle debuttanti.

A chi dedichi il romanzo? Non ho pensato a dedicarlo a nessuno in particolare. Potrei
dedicarlo a me stessa proprio per il tipo di lavoro concettuale che è stato fatto sulla trama. Rispecchia un periodo della mia vita e in particolare gli studi filosofici di libertà e naturalismo che sto portando avanti in questo periodo, oltre che lo studio sugli archetipi femminili che tratto durante i seminari di mindfulness per insegnare alle donne ad approcciarsi alla propria parte di dea interiore pronta ad emergere.

 

 

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